La salute mentale delle persone LGBTQI+ non è solo una questione clinica, ma profondamente politica, sociale e culturale. È da questa consapevolezza che prende avvio l’articolo di Ventriglio et al. (2022) Mental health for LGBTQI people: a policies’ review, pubblicato su International Review of Psychiatry, che propone una lettura ampia e rigorosa delle politiche, delle linee guida e delle raccomandazioni internazionali dedicate alla tutela della salute mentale delle minoranze sessuali e di genere
Gli autori partono da un dato ormai consolidato ma ancora troppo spesso ignorato nel dibattito pubblico: le persone LGBTQI+ presentano un rischio significativamente più elevato di disturbi mentali, comportamenti autolesivi e suicidari. Non per una vulnerabilità “intrinseca”, ma come conseguenza diretta di stigma, discriminazione, isolamento sociale e minority stress. L’articolo riesce con efficacia a spostare lo sguardo dalla persona al contesto, mostrando come le disuguaglianze di salute siano il prodotto di ambienti sociali e istituzionali non inclusivi.
Uno dei punti di forza del lavoro è la ricostruzione sistematica delle politiche e delle posizioni ufficiali adottate da governi, organizzazioni sanitarie internazionali, associazioni psichiatriche e psicologiche. Emergono con chiarezza alcune direttrici condivise: il rifiuto netto delle cosiddette conversion therapies, la promozione di approcci clinici affermativi, la necessità di formare i professionisti della salute mentale e l’urgenza di garantire un accesso equo e sicuro ai servizi. Non mancano, tuttavia, le criticità: gli autori sottolineano come molte raccomandazioni restino ancora poco tradotte in pratiche operative e come le evidenze empiriche a supporto di interventi specifici siano in alcuni ambiti ancora limitate.
Particolarmente rilevante, per chi opera nella psichiatria sociale, è l’attenzione posta al ruolo delle istituzioni e delle politiche pubbliche nel contrasto allo stigma e nella promozione del benessere mentale. La salute mentale delle persone LGBTQI+ viene restituita come una responsabilità collettiva, che chiama in causa i sistemi sanitari, educativi e legislativi, oltre che i professionisti della cura.
Questa review non è solo una sintesi della letteratura: è un invito all’azione. Un richiamo a superare approcci frammentati e a costruire risposte integrate, capaci di coniugare diritti umani, competenza clinica e giustizia sociale. Per chi lavora nei servizi, nella ricerca o nelle politiche sanitarie, rappresenta una lettura preziosa per orientare pratiche più inclusive e consapevoli.
Perché leggerlo? Perché aiuta a comprendere come le politiche influenzino concretamente la salute mentale, perché offre una mappa aggiornata delle raccomandazioni internazionali e perché ricorda che non può esserci salute mentale senza riconoscimento, dignità e inclusione.
Vi auguro una buona lettura… Sergio Pavone