All’ultimo convegno SOPSY 2025 abbiamo avuto il piacere di ospitare Marco Rovelli, pensatore e docente che da anni intreccia filosofia, educazione e analisi sociale nelle sue opere. La sua presenza ha acceso una riflessione profonda sulla condizione giovanile contemporanea, un filo che pervade con forza anche il suo ultimo saggio, Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti (Laterza, 2025).
In questo libro Rovelli si misura con una realtà che gli operatori dei servizi, gli insegnanti e chi si occupa di salute mentale conoscono per esperienza quotidiana: il disagio adolescenziale non come fenomeno isolato, ma come sintomo di una cultura che esige prestazioni, performance e merito continui. I ragazzi e le ragazze, narrati attraverso le loro stesse parole, emergono in una tensione profonda verso standard impossibili; dove l’ansia di non essere abbastanza precipita in forme di sofferenza come attacchi di panico, ritiro sociale, disturbi alimentari o ideazioni autolesive.
Rovelli non si limita a denunciare questi esiti, ma mette in relazione il disagio giovanile con la società iper-moderna della prestazione, che spinge gli individui a essere imprenditori di sé stessi e a vivere sotto lo sguardo giudicante di parametri costanti. Il titolo, provocatorio ma sinceramente umano, ci ricorda che non siamo, e forse non dobbiamo essere “capolavori” perfetti e senza crepe, in un mondo che misura l’essere in base alla produttività e al successo.
Il testo si distingue per l’ascolto autentico delle voci adolescenti, che non vengono trattate come casi da curare ma come portatrici di dissenso e domande radicali su ciò che la scuola, la famiglia e la società chiedono loro di essere. Questo approccio, che intreccia testimonianze dirette e riflessioni critiche, ci invita non solo a comprendere il malessere, ma a considerarlo come un segnale sociale e culturale da interpretare insieme.
Per i soci della SOPSY, soprattutto per chi lavora nella psichiatria sociale, questo libro è una risorsa preziosa: non solo perché offre una lente critico-culturale per decifrare i sintomi emergenti tra i giovani, ma perché stimola un ripensamento delle pratiche educative, cliniche e comunitarie, verso una relazione più empatica, meno giudicante e più aperta alla complessità umana.
Perché leggerlo? Perché Non siamo capolavori non è un libro che si ferma alla diagnosi del disagio: ci sfida a ripensare come siamo come società, come adulti, come operatori, come comunità educante. È un invito a non temere l’imperfezione, ma a considerarla la porta verso un ascolto più profondo e relazioni più significative.
Buona Lettura… Sergio Pavone